giovedì 16 novembre 2017

Il Negroamaro riassunto in 7 punti...


Foto presa del web (Fonte: www.lorenzovinci.it)

1. Vitigno a bacca rossa autoctono della Puglia, il Negroamaro secondo alcuni deve il nome alla ripetizione della parola "nero" in due lingue (“niger” in latino e “mavros” in greco antico, da cui il dialettale “maru”), secondo altri invece il suo nome deriva dal termine dialettale “niuru maru”, con riferimento al colore nero del grappolo e al sapore amaro del vino che se ne otteneva, dovuto al fatto che in epoche passate la macerazione sulle bucce era molto prolungata e al termine della fermentazione erano state rilasciate molte sostanze amaricanti.  

2. Le origini di questo vitigno sono incerte e l'ipotesi più probabile è che sia stato importato in antichità da coloni greci sulla costa ionica; da questa zona poi la sua coltivazione si estese in molti territori del sud Italia.

3. La sua diffusione è attualmente quasi del tutto concentrata in Puglia, dove viene utilizzato per la produzione sia di strutturati vini rossi che di eleganti rosati; contemplato da numerose denominazioni pugliesi, in particolare nel Salento, lo troviamo vinificato sia in purezza sia mescolato con piccole percentuali di altre uve, come Malvasia Nera di Lecce e Malvasia Nera di Brindisi.

4. Presenta un grappolo corto e serrato, con acini dalla buccia pruinosa, spessa e consistente, di colore nero con venature viola; la sua produzione è abbondante tanto che per le produzioni di qualità deve essere limitata con potature drastiche e sistemi di allevamento poco espansi, come l'alberello. La raccolta delle sue uve avviene in genere tra la fine di settembre e gli inizi di ottobre.

5. Utilizzato in passato per la produzione di vini da taglio, che servivano a colorire e a irrobustire i vini del nord, negli ultimi tempi si è fortunatamente assistito ad una sua riscoperta; sono sempre di più, infatti, i produttori che scelgono di vinificarlo in purezza, ottenendo tra l'altro risultati notevoli... tanto che per il proprio nome, una famosa band pop rock salentina si è ispirata a questo vitigno chiamandosi "Negramaro".

6. Vinificato in rosso, dà un vino dal colore molto scuro, quasi impenetrabile, che si presenta al naso con sentori di ciliegia sotto spirito, frutti di bosco, cuoio, tabacco e pepe; corposo e caldo al gusto, dotato di buona acidità e tannini ben presenti, chiude leggermente amarognolo.
Vinificato in rosato, dà vini dal colore buccia di cipolla, con delicati sentori fruttati e floreali, dal gusto pieno e al contempo fresco e leggero.

7. I vini rossi che se ne ottengono si abbinano a polpette al sugo, carne alla brace, nonché con piatti tradizionali pugliesi come gli "gnumareddi" (involtini di frattaglie, tipici della cucina pugliese e lucana) e le "sagne 'incannulate" (pasta fatta in casa) servite con zuppa di ceci; i vini rosati li abbineremo, invece, con salumi, formaggi freschi, uova, paste asciutte e risotti a base di pesce o di verdure, nonché a carni bianche.


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venerdì 20 ottobre 2017

Il report dell'evento "Wine Fitness: Barbera"


La sera del giovedì 19 ottobre, nella suggestiva cornice di salotto settecentesco, sito al piano nobile di un palazzo storico della città di Frattamaggiore (NA), si è svolto un altro incontro targato Wine Fitness... un programma di eventi che, organizzati dall'Associazione Culturale "Enodegustatori Campani", sono volti all'approfondimento di vitigni e zone vitivinicole attraverso l'assaggio guidato di più bottiglie delle principali aziende del territorio.

Foto di Salvatore Aroldo

Il focus è stato fatto questa volta sulla Barbera; tale vitigno deriva forse il nome dal termine medievale "Bàrberus", che significa irruente, aggressivo, indomito, così come è il vino giovane che da questa varietà se ne ottiene; secondo lo storico Aldo di Ricaldone, invece, l'origine del nome è da ascriversi alla somiglianza della Barbera con il "vinum Berberis", ossia il succo fermentato di Berberi, o Crespino, che presenta un bel colore rosso ed un gusto acidulo e astringente: tale succo, usato in cucina o come medicinale, era molto diffuso in Piemonte nel Medioevo.
A differenza di un passato piuttosto recente, che ha visto la produzione di vini "rustici", duri e acidi, oggigiorno da uve Barbera si ottengono vini pregevoli, in alcuni casi davvero notevoli, sia di pronta beva sia di più lungo affinamento.

Le prime testimonianze storiche della coltivazione della Barbera risalgono al XVIII e XIX secolo e la vogliono originaria del Monferrato: infatti, ampelografi dell'epoca la descrivono come "vitis vinifera montisferratensis"... Ed è stato proprio un vino prodotto in questo territorio ad aprire le danze... Stiamo parlando, infatti, del Rossore 2013 di Cascina Iuli, azienda fondata nel 1998 da Fabrizio Iuli, ottenuto da viti coltivate a 380 metri sul livello del mare secondo i principi dell'agricoltura biologica. Prodotto in circa 8'000 bottiglie l'anno, la fermentazione avviene in acciaio ed è operata da lieviti indigeni; dopo 12-15 giorni di macerazione sulle bucce, il vino matura poi in barrique di secondo passaggio di rovere francese per 16 mesi; successivamente è imbottigliato senza subire chiarifica né filtrazione. Appare nel bicchiere vestito di un intenso colore rosso rubino dai riflessi ancora violacei; esprime al naso sentori di ciliegia e viola incorniciati da sottili note speziate, mentre al gusto si fa notare per la grande freschezza ed il finale piacevole che invoglia alla beva.

E' stata poi la volta della Barbera dei Colli Tortonesi 2008 "Vignalunga" di Boveri, un nettare prodotto in sole 5'000 bottiglie l'anno e che matura per 18 mesi in barrique e tonneau. Una vera chicca, che si trovava tra l'altro in una fase davvero felice! Dal colore rosso granato mostra al naso una complessità plasmata dal tempo, dove emergono eleganti sentori di spezie, note di caffè, cacao e tabacco; di buona struttura e molto equilibrato al gusto, chiude con un lungo finale impreziosito da eleganti aromi di bocca.

Con il terzo vino in degustazione ci siamo spostati nelle Langhe... abbiamo, infatti, degustato la Barbera d'Alba "Vigna Francia" 2015 di Conterno, che prende il nome dal famoso cru di Serralunga. Questo vino, che matura per 20 mesi in botte, mostra sin da giovane una grande complessità olfattiva con profumi che arrivano così fitti ed intrecciati al naso da renderne difficile l'identificazione: dapprima note animali, selvatiche, cui seguono sentori di frutti e fiori rossi su un sottofondo di note di grafite, cioccolato fondente e caffè; in bocca è avvolgente, di grande piacevolezza gustativa ed elegante persistenza.

Abbiamo poi proseguito la serata con l'assaggio della Barbera d'Alba 2012 di Rinaldi, che è risultato il vino più carnoso e gastronomico della serata. Dall'intenso colore rosso rubino, si esprime al naso con sentori di frutta rossa e fiori, cui fanno da contorno note di agrumi e di pepe; di buona struttura al gusto... è un vino che richiama il cibo a tavola!

Ci siamo, infine, trasferiti nell'Astigiano, dove a Canelli, città famosa per il Moscato, nei vigneti dei fratelli Coppo è la Barbera a fare la parte del leone... abbiamo, infatti, degustato la Barbera d'Asti "Pomorosso" 2004, che matura per 14 mesi in barrique. Dal colore granato carico, impenetrabile, ed ancora molto vivace nonostante l'età, appare quasi sfacciato nella sua esuberanza olfattiva: a sentori di china si alternano note di rabarbaro, spezie orientali, caffè e cenni di viola essiccata su un sottofondo balsamico; al gusto i tannini sono levigati e, nonostante il gran corpo, il sorso mostra buona scorrevolezza. Di lunghissima persistenza... è la più potente Barbera mai assaggiata!


Un grande ringraziamento a Pierpaolo e Mena Damiano, aspiranti Sommelier Enodegustatori, per la gentile e calorosa ospitalità.


Per restare aggiornati sui prossimi eventi dell'associazione "Enodegustatori Campani" seguite il sito e la pagina facebook.

Grazie e alla prossima!







domenica 15 ottobre 2017

La Barbera riassunta in 7 punti


Foto presa dal web (Fonte: www.oenogrape.com)

1. Vitigno a bacca rossa autoctono del Piemonte, "la" Barbera in questa regione è indicata al femminile per tradizione.

2. Anche se le sue origini sono antichissime, le prime testimonianze storiche della sua coltivazione risalgono al XVIII e XIX secolo e la vogliono originaria del Monferrato: infatti, ampelografi dell'epoca la descrivono come "vitis vinifera montisferratensis".

3. La facile adattabilità a differenti tipi di clima e di terreno, la produzione abbondante, l'alta resa in mosto e la ricchezza in materia colorante sono stati i fattori che hanno portato la Barbera ad essere uno dei vitigni più diffusi in Italia. Trova la sua zona d'elezione in Piemonte, dove rende conto di quasi della metà del vino prodotto ogni anno; dà i migliori risultati nelle Langhe, dove si produce la corposa Barbera d'Alba, nel Monferrato, dove spiccano le denominazioni Barbera d'Asti e Nizza, e sui Colli Tortonesi. Diffusa anche in Lombardia, dove questa varietà dà prova della sua versatilità, essendo utilizzata soprattutto per la produzione dei vini frizzanti dell'Oltrepò Pavese, spesso in assemblaggio con Croatina e Bonarda; così come avviene anche in Emilia Romagna, per la produzione dei vini dei Colli Piacentini e del Gutturnio. La si trova, tuttavia, anche in altre regioni italiane e la sua coltivazione si spinge fino al Sud, dove è utilizzata per aumentare l'acidità dei vini rossi locali. Il Barbera è anche il vitigno italiano più esportato all'estero, soprattutto in Argentina e in California.

4. Secondo lo storico Aldo di Ricaldone, il nome di questo vitigno deriva alla somiglianza della Barbera con il "vinum Berberis", ossia il succo fermentato di Berberi, o Crespino, che presenta un bel colore rosso ed un gusto acidulo e astringente: tale succo, usato in cucina o come medicinale, era molto diffuso in Piemonte nel Medioevo. Secondo un'altra ipotesi, il nome deriva invece dal termine medievale "Bàrberus", che significa irruente, aggressivo, indomito, così come è il vino giovane che da questa varietà se ne ottiene.

5. Presenta un grappolo compatto e alato, con acini dalla buccia pruinosa, sottile e consistente, di colore blu intenso; la raccolta delle sue uve avviene in genere verso la fine di settembre, prolungandosi talvolta agli inizi di ottobre. L'elevata acidità presente nei suoi acini, anche in piena maturazione, consente di ottenere vini con buona propensione per l'invecchiamento.

6. A differenza di un passato piuttosto recente, che ha visto la produzione di vini "rustici", duri e acidi, oggigiorno da uve Barbera si ottengono vini pregevoli, in alcuni casi davvero notevoli, sia di pronta beva sia di più lungo affinamento (e sempre più spesso maturati in barrique di rovere francese). Si tratta in genere di vini dal colore rubino intenso, di buon corpo e con un'acidità evidente; quando giovani, presentano al naso sentori di frutta rossa, marasca e mirtilli, note di arancia rossa e di violetta, sfumature di pepe nero; con l'affinamento emergono poi al naso sentori di sottobosco, china, cacao, liquirizia e tabacco, spesso su un sottofondo balsamico.

7. I vini da uve Barbera: se giovani, ben accompagnano salumi, pasta al ragù, carni alla griglia e formaggi a media stagionatura; se invecchiati, possono abbinarsi anche a selvaggina, brasati, agnolotti e tajarin al tartufo.


  
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domenica 8 ottobre 2017

Il report dell'evento "Wine Fitness: Verdicchio"


La sera del giovedì 05 ottobre, presso il ristorante pizzeria "La Frasca" a Pozzuoli, si è svolto un altro incontro targato Wine Fitness... un programma di eventi che, organizzati dall'Associazione Culturale "Enodegustatori Campani", sono volti all'approfondimento di vitigni e zone vitivinicole attraverso l'assaggio guidato di più bottiglie delle principali aziende del territorio.

Foto di Salvatore Aroldo

Il focus è stato fatto questa volta sul Verdicchio; tale vitigno deriva il nome dal colore dell’uva che, anche a completa maturazione, non perde mai le sfumature verdoline, trasmettendole poi al vino. Le origini di questo vitigno sono sconosciute; tuttavia, dato che recenti studi genetici ne hanno evidenziato una parentela molto stretta con il Trebbiano di Soave, si è ipotizzata la sua introduzione nelle Marche da parte di coloni veneti giunti alla fine del '400 per ripopolare le campagne dopo un'epidemia di peste. Proprio in questa regione dell'Italia Centrale, questo vitigno ha trovato la sua terra d'elezione: viene, infatti, vinificato in purezza nelle zone di Matelica e di Jesi.

Il primo vino assaggiato è stato il Verdicchio di Matelica 2016 di Gagliardi, prima azienda a vendere il vino di questa zona in bottiglia; ottenuto da viti coltivate ad un'altitudine compresa tra i 300 e i 600 metri, questo vino si caratterizza al naso per i freschi sentori di menta e frutta a polpa bianca ancora acerba, mentre al gusto esprime grande freschezza, che ben bilancia l'importante componente alcolica, e piacevolezza gustativa.

Il secondo vino degustato è stato il Verdicchio di Matelica 2015 di Colle Stefano, azienda sita a Rustano di Castelraimondo, che coltiva le sue viti seguendo i principi dell'agricoltura biologica. Ottenuto da vigne collocate ad oltre 400 m s.l.m., questo vino, che matura per 4 mesi in acciaio sulle fecce fini, mostra rispetto al precedente una maggiore maturità al naso, dove richiama i profumi più caldi e avvolgenti della pesca e del fieno, e al gusto, apparendo più rotondo e persistente.

Ci siamo lasciati sempre più indietro le alture dell'Appennino per dirigerci verso il Mare Adriatico... abbiamo, infatti, proseguito la serata con il Verdicchio dei Castelli di Jesi "di Gino" 2015 della Fattoria San Lorenzo, un'azienda dalla lunga storia vitivinicola e guidata oggi da Natalino Cagnoletti coadiuvato dall'enologo Hartmann Donà. Del primo ce ne fa un ritratto la Guida Slowine 2016: "Natalino è tenace, crede nei principi di naturalità e nel minimo intervento sia in vigna, sia in cantina, con fermentazioni spontanee e lente".
Prodotto in circa 30'000 l'anno, questo vino si fa apprezzare per i sentori floreali e di pera, nonché per il suo gusto equilibrato.

E' stata poi la volta del buonissimo Verdicchio dei Castelli di Jesi Classico Superiore 2016 di La Staffa, azienda guidata da quello che è considerato l' "enfant prodige" della zona, ossia dal giovanissimo Riccardo Baldi, il cui vino ci ha piacevolmente sorpreso.
Ottenuto da viti coltivate secondo i dettami dell'agricoltura biologica, questo vino esprime al naso eleganti note floreali e di frutta a polpa bianca su un lieve sottofondo di erbe aromatiche e di pietra focaia, mentre al gusto colpisce per la grandissima sapidità senza, tuttavia, risultare mai amaro.

Infine, abbiamo messo alla prova le capacità di invecchiamento dei vini ottenuti da uve Verdicchio... abbiamo, infatti, assaggiato il Verdicchio dei Castelli di Jesi Classico Riserva "Campo delle Oche" 2009 di Fattoria San Lorenzo. Mitico vino, prodotto in sole 11'000 bottiglie l'anno e lasciato a maturare sui lieviti per ben 18 mesi in vasche di acciaio, si è lasciato ammirare nel bicchiere per il suo colore oro antico, assolutamente vivo e non spento! Ha esordito poi al naso con sentori di distillato (whisky), miele, spezie e cioccolato bianco; morbido al gusto nella prima parte di bocca, è andato poi via piacevolmente e tipicamente amarognolo, nonché omaggiato da una lunga scia di aromi.


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Grazie e alla prossima!





mercoledì 4 ottobre 2017

Il Verdicchio riassunto in 7 punti


Foto presa dal web

1. Vitigno a bacca bianca dalle origini sconosciute, il Verdicchio deriva il suo nome dal colore dell’uva che, anche a completa maturazione, non perde mai le sfumature verdoline, trasmettendole poi al vino.

2. Largamente coltivato nelle Marche, dove è conosciuto da moltissimo tempo (le prime testimonianze della sua coltivazione risalgono al XVI secolo), questo vitigno difficilmente si adatta altrove.

3. Dato che recenti studi genetici ne hanno evidenziato una parentela molto stretta con il Trebbiano di Soave, si è ipotizzato che il Verdicchio sia stato introdotto nelle Marche da coloni veneti giunti alla fine del '400 per ripopolare le campagne dopo un'epidemia di peste.   

4. Troviamo questo vitigno in purezza nelle denominazioni Verdicchio dei Castelli di Jesi, Verdicchio di Matelica ed Esino Bianco.

5. Il Verdicchio presenta un grappolo di medie dimensioni dotato di una o due ali ed acini dalla buccia sottile di colore giallo verdastro. Nella zona più interna di Matelica, dove matura piuttosto lentamente, la vendemmia si svolge di solito nei primi giorni di ottobre, mentre sulle colline di Jesi la raccolta delle uve avviene negli ultimi dieci giorni di settembre.

6. Si tratta di un varietà versatile dal punto di vista enologico: dal Verdicchio, infatti, oltre ad ottimi bianchi fermi, si ottengono anche spumanti, decisamente freschi al gusto e dai profumi floreali,  e vini dolci; vinificato in acciaio dà in genere vini freschi e di pronta beva, mentre da fermentazioni in legno e vendemmie tardive si ottengono vini strutturati, longevi, e complessi al naso, dove esprimono eleganti sentori di anice e fiori bianchi, note di frutta secca e pietra focaia, mentre al gusto, si caratterizzano per la ricca sapidità e il finale piacevolmente amarognolo.

7. Negli anni ‘50 la famiglia Angelini, proprietaria della Fazi Battaglia, bandì un concorso che aveva come scopo la realizzazione di una bottiglia che avrebbe caratterizzato la commercializzazione del Verdicchio; nel 1953, l’architetto milanese Antonio Maiocchi disegnò quella che diventerà ben presto la bottiglia a forma di anfora e che ancora oggi è associata al Verdicchio; la forma ad anfora fu scelta in ricordo dei recipienti tipicamente usati dagli etruschi e anche l’etichetta riportava caratteri che ricordavano la scrittura etrusca, sottolineando la volontà di mantenere il legame di questo vino con la sua storia.


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venerdì 21 luglio 2017

Il report dell'evento "Wine Fitness: Greco di Tufo"


La sera del martedì 18 luglio, sulla fresca terrazza di un antico palazzo a corte, sito nel centro storico della città di Frattamaggiore (NA), si è svolto un altro incontro targato Wine Fitness... un programma di eventi che, organizzati dall'Associazione Culturale "Enodegustatori Campani", sono volti all'approfondimento di zone vitivinicole attraverso l'assaggio guidato di più bottiglie delle principali aziende del territorio.




Il focus è stato fatto questa volta sul Greco di Tufo... una delle quattro DOCG della Campania.

I vini di questa denominazione sono prodotti in Irpinia (l'antica terra dei lupi) da uve Greco, ottenute da viti coltivate su terreni argilloso calcarei ricchi di zolfo. E' da sapere che a portare nel territorio di Tufo le prime viti di Greco, allora chiamato "Greco del Vesuvio" o "Greco di Somma",  fu Scipione di Marzo, costretto nel 1647 a lasciare il suo paese natale di San Paolo Belsito (vicino Nola) per sfuggire alla peste. Nei territori di Tufo e degli altri comuni circostanti questo vitigno ha poi trovato la sua zona d'elezione. I di Marzo con il passare del tempo divennero fra i più grandi proprietari terrieri della zona... e la loro cantina, dove ancora oggi vengono prodotti ed affinati i vini, è nelle grotte e nei cunicoli medievali scavati nel tufo delle mura di cinta del paese. Sopra la cantina, il palazzo fortificato di famiglia, mirabile esempio architettonico dell'epoca, domina il paese.

L'anno scorso, l'associazione "Enodegustatori Campani" organizzò una serata di degustazione dedicata proprio a Cantine di Marzo; sicché, in compagnia del simpaticissimo produttore, il Marchese Ferrante di Somma (discendente della famiglia di Marzo), abbiamo avuto modo di degustare quattro annate del Greco di Tufo "Franciscus"... così chiamato in onore di Francesco di Marzo che nel 1866, mentre era a caccia nelle sue terre, vide dei pastori bruciare delle pietre per riscaldarsi... si trattava di zolfo! Da qui, l'inizio di un'importante attività mineraria di zolfo naturale, che diede lavoro ad oltre 500 persone fino agli inizi degli anni '80 del '900 quando le miniere si esaurirono.

In questa serata abbiamo voluto, invece, dare spazio ad altre cantine della zona, attraverso l'assaggio di sei superbe bottiglie.

Ad aprire le danze è stato un vino prodotto nel territorio del comune di Tufo; si tratta del Greco di Tufo 2015 "Miniere" di Cantine dell'Angelo, azienda di proprietà della famiglia Muto, giunta con Angelo alla terza generazione di viticoltori. Si tratta di un vino ricco al naso e al gusto, intenso e persistente... ma che necessita di un po' di tempo per aprirsi al meglio nel bicchiere. Tale vino è ottenuto da viti coltivate con metodi agricoli a basso impatto ambientale su suoli ricchissimi di zolfo... i vigneti nascono, infatti, su una parte di un'antica miniera.

Secondo vino in degustazione è stato il Greco di Tufo 2015 dell'azienda Amarano che, sita a Montefredane in contrada Torre, si avvale della consulenza dell'enologo Carmine Valentino. Questo vino è apparso più immediato rispetto al precedente, mostrando al naso sentori più freschi, di frutta tropicale e a polpa bianca, e al gusto un corpo più slanciato e spigoloso.

Ha fatto poi seguito l'assaggio del Greco di Tufo 2015 di Pietracupa, azienda di Sabino Loffredo sita a Montefredane in contrada Vadiaperti. Questo vino, ottenuto da viti dislocate tra i 400 e i 550 metri sul livello del mare, sosta otto mesi sui lieviti ed è prodotto in circa 12'000 bottiglie l'anno... una garanzia!

Quarto vino in degustazione è stato il Greco di Tufo 2014 "4 20 Quattro Venti" dell'azienda Petilia, il cui nome significa "piccola patria" e riprende il toponimo di un accampamento greco che sorgeva in antichità proprio a Campofiorito, località di Altavilla Irpinia dove è sita l'azienda. Questo vino, ottenuto da viti adagiate a 600 metri sul livello del mare, sulla mansarda dell'areale della DOCG, si è mostrato in forma stupenda, regalando al naso note citrine, sentori di fiori bianchi e di erbe aromatiche, e presentando al palato un corpo affilato, caratterizzato da una spiccata acidità e da una sapidità quasi graffiante.

E' stata poi la volta del Greco di Tufo 2013 "Tornante" dell'azienda Traerte, il cui nome significa "tra le strade di montagna"; quest'azienda di recente fondazione (2011), sita a Montefredane in contrada Vadiaperti, si avvale della grandissima esperienza di Raffaele Torisi. Il vino in questione rappresenta, a mio modesto parere, una delle più superbe espressioni di Greco mai assaggiate! Prodotto in sole 2'000 bottiglie l'anno, mostra grande complessità al naso, dove si apprezzano in particolare note di miele di eucalipto su un lieve sottofondo fumé, ed un gusto estremamente gradevole e persistente... un vero nettare!

Infine, abbiamo degustato il Greco di Tufo 2009 "pietra rosa" della cantina Di Prisco che, sita a Fontanarosa (piccolissimo paese dell'Irpinia molto vicino a Taurasi), si avvale della consulenza dell'enologo Carmine Valentino. Questo vino, ottenuto da uve raccolte tardivamente da viti coltivate fino a 650 metri sul livello del mare nel vigneto di Montefusco, resta sulle fecce grosse per circa 90 giorni e poi per altri 90 sulle fecce fini ed ha dato prova di come il Greco sappia ben resistere alle ingiurie del tempo, assumendo con gli anni complessità.


Sempre un grande ringraziamento a Pierpaolo e Mena Damiano, aspiranti Sommelier Enodegustatori, per la gentile e calorosa ospitalità.


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Grazie e alla prossima!







sabato 1 luglio 2017

Il report dell'evento "Wine Fitness: Il Fiano del Cilento"


La sera del giovedì 29 giugno, presso il ristorante pizzeria "La Frasca" a Pozzuoli, si è svolto un altro incontro targato Wine Fitness... un programma di eventi che, organizzati dall'Associazione Culturale "Enodegustatori Campani", sono volti all'approfondimento di zone vitivinicole attraverso l'assaggio guidato di più bottiglie delle principali aziende del territorio.


Il focus è stato fatto questa volta sui vini prodotti nel Cilento a partire da uve Fiano.

Siamo nella parte meridionale della Campania, in provincia di Salerno, in una terra ricca di storia, così come testimoniato dal Parco Archeologico di Paestum, e di bellezze naturali, fonte d'ispirazione da sempre per poeti e cantori; una terra la cui descrizione voglio lasciare proprio ad una poesia tratta dal sito dell'azienda Viticoltori De Conciliis:

Questa terra...

Insritta tra i monti e il mare
talvolta trasale di luce
talvolta è intrisa d'ombra

s'inerpica su colline di macchia,
trame complicate di rocce indecifrabili,
e improvvisamente si apre al mare
nell'azzurro incontro con il cielo

L'occhio di chi arriva o di chi va via
volge alla meraviglia
talvolta all'inganno
mai alla noia...

In questa vasta terra, che si estende da Agropoli a Sapri, su terreni argilloso calcarei si coltiva già da alcuni decenni il Fiano, antichissimo vitigno a bacca bianca, che trova la sua terra d'elezione in Irpinia, dove dà vita a una delle quattro DOCG della Campania, ma che sa dare emozioni anche quando coltivato altrove, così come testimoniato dalle bottiglie cilentane degustate.

Ad aprire le danze è stato il "Donnaluna" 2016 dell'aziendaViticoltori De Conciliis, marchio storico della viticoltura cilentana, che a Prignano Cilento coltiva ben 21 ettari secondi i principi dell'agricoltura biologica. Prodotto in circa 20'000 bottiglie l'anno, questo Fiano, non filtrato e maturato in solo acciaio, ha mostrato un naso delicato che, con sentori appena accennati di fiori e frutta a polpa bianca, fa da contraltare ad un sorso piuttosto strutturato.

E' stato poi servito il "Kràtos" 2016 dell'azienda di Luigi Maffini che, sita a Giungano, coltiva 15 ettari di vigneto anch'essa secondo i principi dell'agricoltura biologica, ottenendo ogni anno circa 100'000 bottiglie, sulle cui etichette compare lo scenario del golfo di Punta Liscosa. Questo Fiano, il cui nome in greco antico vuol significare "forza", "potere", si ottiene da viti adagiate su dolci colline affacciate sul mare nel territorio del comune di Castellabate... a mio modesto parere è davvero un gran bel vino: ricco di profumi al naso (frutta esotica, menta, note minerali) ed appagante al gusto.

A seguire, abbiamo degustato "Heraion" 2016 dell'azienda I Vini del Cavaliere, che vede i suoi 4 ettari vitati nell'area del Parco Nazionale del Cilento, a Capaccio Paestum, e che vuole omaggiare nel nome il nonno di Giovanni Cuomo (attuale proprietario), ossia il Cavaliere Francesco. Questo Fiano, prodotto in sole 7'000 bottiglie l'anno, matura in solo acciaio ed esprime al naso intensi sentori di frutta esotica, banana in particolare, cui seguono note di erbe aromatiche e frutta secca, mentre al gusto appare pieno e ben strutturato.

E' stato poi la volta del "Tresinus" 2015 dell'azienda San Giovanni, fondata da Mario Corrado e Ida Budetta... due professionisti che hanno deciso di cambiare vita e trasferirsi dalla città di Salerno a Punta Tresino di Castellabate, scommettendo così su una impervia proprietà acquista alla fine degli anni '70 dal padre di Mario. E nel degustare questo Fiano, prodotto in sole 3'000 bottiglie l'anno, mi vien da dire che la scommessa è vinta! Si tratta, infatti, di un vino di rara finezza, dai sentori sussurrati e dalla sapidità struggente, marina. Una vera chicca!

Ultimo vino degustato è il Valentina 2016, prodotto da una delle aziende vitivinicole tra le più antiche del Cilento (basti pensare che il primo vigneto è stato impiantato nel 1938), oggi alla terza generazione di viticoltori; sita a Rutino, l'azienda di Alfonso Rotolo conta circa 7 ettari vitati che si spingono fino a 500 metri sul livello del mare. Questo Fiano, dedicato alla figlia, viene prodotto in sole 4'000 bottiglie l'anno dopo una breve sosta di pochi mesi in barrique; presenta un naso complesso ed un sorso equilibrato, dove l'importante componente alcolica (14%) è ben integrata nella struttura.

Un'altra piacevole serata trascorsa degustando gran belle bottiglie in buona compagnia... cosa volere di più?


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lunedì 26 giugno 2017

Il Fiano riassunto in 7 punti


Foto presa dal web (Fonte: www.tenutadeimille.it)


1. Antichissimo vitigno a bacca bianca, noto e già coltivato dai latini nel meridione d’Italia; la sua origine si ritiene sia nella zona di Lapìo, nelle colline ad est di Avellino.

2. Circa il suo nome, secondo alcuni deriva dalle uve “apianae”, gradite alle api per via della dolcezza degli acini, secondo altri, invece, sarebbero stati i coloni pelasgici provenienti dal Peloponneso, l’antica Apia, a portare in Campania un vitigno che prese in seguito il nome di vite apiana.

3. Nel secondo dopoguerra, con lo spopolamento delle campagne e l'arrivo della fillossera, questo vitigno ha rischiato davvero l'estinzione... evitata grazie ad una tradizione radicata in una piccola area della Valle del Calore, attorno alla cittadina di Lapio, che vedeva il Fiano utilizzato soprattutto per la produzione di un bianco lambiccato, detto anche filtrato dolce, perlopiù destinato ad un consumo locale durante i giorni di festa.

4. Se oggi il Fiano è considerato tra i più importanti vitigni italiani a bacca bianca, lo si deve anche all'opera di recupero effettuata dalla famiglia Mastroberardino che, smarcandosi dalla tradizione lapiana, portò sul mercato un vino bianco fermo e secco, affinato in acciaio, raccogliendo non pochi consensi.

5. Diffuso soprattutto in Campania e in Puglia, il Fiano ha la sua terra d'elezione in Irpinia, dove nell'area della DOCG Fiano di Avellino dà risultati straordinari; in forte espansione è la sua coltivazione nel Beneventano e in provincia di Salerno, dove è conosciuto anche come Santa Sofia.

6. Presenta un grappolo alato con acini dalla buccia spessa, che gli conferisce una particolare resistenza alla Botrytis, consentendo vendemmie molto ritardate e permettendogli, all’occorrenza, di diventare una buona uva da tavola. La vendemmia avviene in genere verso gli inizi di ottobre.

7. Dà vini bianchi di grande finezza olfattiva, ricchi di note floreali, fruttate e balsamiche, con sentori di nocciola e mandorla tostata, frutta a polpa bianca e miele di acacia, pervasi al gusto da una vibrante vena acido-sapida; vini da abbinare a crostacei e molluschi, zuppe e vellutate a base di legumi, primi piatti con verdure ma anche a carni bianche alla griglia.


Se hai trovato questo post interessante... dà un'occhiata al mio ebook "Nozioni su vini, vitigni e zone vitivinicole d'Italia".








domenica 25 giugno 2017

Etna Rosso 2015 Murgo


D'Estate, con il caldo a mille, è davvero difficile trovare un rosso che si presti a farsi bere facilmente.

Tuttavia, qualcosa esiste!


Ecco un vino rosso davvero buonissimo!

Si tratta di un vino ottenuto da uve Nerello Mascalese... in un angolo del Nord a Sud... ovvero sull'Etna.

Ha un colore rosso rubino di bellissima trasparenza... che già incanta solo a guardarlo!

Esprime al naso profumi mediterranei, di erbe aromatiche, di frutta rossa fresca ed al palato è di una beva da paura! Snello ma nello stesso tempo gustoso, sapido... una vera goduria!

Se quest'estate volete bere un rosso, fatevi un regalo... anzi, un piacere! State a sentire un fesso... Prendete una cassa di bottiglie di questo vino!






venerdì 9 giugno 2017

Il report dell'evento "Wine Fitness: Chianti Classico"


La sera del giovedì 25 maggio, nella suggestiva cornice di salotto settecentesco, sito al piano nobile di un palazzo storico della città di Frattamaggiore (NA), si è svolto un altro incontro targato Wine Fitness... un programma di eventi che, organizzati dall'Associazione Culturale "Enodegustatori Campani", sono volti all'approfondimento di zone vitivinicole attraverso l'assaggio guidato di più bottiglie delle principali aziende del territorio.


Il focus è stato fatto questa volta sul Chianti Classico; attualmente comprendente i territori di più comuni delle provincie di Firenze e Siena, questa antica denominazione, i cui primi confini furono tracciati nel 1716 dal Granduca Cosimo III de' Medici, in passato era riferita solo ai territori dei comuni di Gaiole, Radda e Castellina che, insieme, formavano nel XIII secolo l'antica "Lega del Chianti", il cui emblema era un gallo nero (che, tra l'altro, troviamo ancora riportato sulle bottiglie di Chianti Classico). Secondo una leggenda medievale, le repubbliche di Firenze e Siena, divise da una storica rivalità, decisero di ridisegnare i confini dei loro territori affidando la contesa ad una gara di velocità tra due cavalieri, che sarebbero partiti dalle rispettive città al primo canto del gallo: il loro punto di incontro sarebbe stato il nuovo confine territoriale. I fiorentini giocarono d'astuzia scegliendo un galletto nero che, tenuto a digiuno, cantò ben prima dell'alba, consentendo così al loro cavaliere di partire prima e percorre di conseguenza più strada rispetto all'altro contendente: fu così che buona parte della zona del Chianti passò sotto il controllo della repubblica fiorentina ed il gallo nero divenne il simbolo della "Lega del Chianti".

I vini di questa denominazione sono ottenuti da uve Sangiovese in purezza o assemblate con una piccola percentuale di uve a bacca rossa sia locali (come Canaiolo Nero e Colorino) sia internazionali (come Merlot e Cabernet Sauvignon).

I primi vini degustati nel corso della serata sono prodotti dall'azienda I Fabbri, sita in Greve in Chianti (FI), località Lamole, che segue in vigna i principi dell'agricoltura biologica e fa un ridotto uso di solforosa in cantina. I due vini sono: 1) il Chianti Classico Lamole 2014 che, ottenuto da Sangiovese in purezza, fermenta in vasche di acciaio e matura in tini di cemento per 15 mesi; questo vino si è fatto apprezzare per la sua freschezza olfattiva e vivacità gustativa. 2) il Chianti Classico Terre di Lamole 2013, dal punto di vista olfattivo, rispetto al precedente, ha mostrato maggiore complessità (arricchita da lievi note speziate, pepe in particolare) e maggiore struttura al gusto; si tratta di un vino che, ottenuto da uve Sangiovese per il 90% e da uve Colorino per il restante 10%, dopo la fermentazione in tini di acciaio di 50 hl, matura per 15 mesi in vasche di cemento e botti di rovere francese di varia provenienza da 400 e 500 litri di secondo e terzo passaggio.

Siamo passati poi al Chianti Classico Retromarcia 2014 che, ottenuto da uve raccolte da viti di Sangiovese con un'età media di 10 anni, dopo una fermentazione con lieviti autoctoni e 23 giorni di macerazione sulle bucce, matura poi per 18 mesi in botti, barrique e tonneaux di vari passaggi. Si tratta di un vino di un'eleganza assoluta, di suadente complessità olfattiva e di grande piacevolezza gustativa. A produrlo è l'azienda Monte Bernardi che, sita in Panzano in Chianti (FI), produce vini da uve coltivate con metodi biodinamici dal 2004.

E' stata poi la volta del Chianti Classico Rodàno 2015 di Fattoria Rodàno, azienda sita sulla strada che dalla valle del fiume Elsa porta a Castellina in Chianti (SI), in una località dove, nel medioevo, un insediamento benedettino dava ristoro ai pellegrini che dal Nord Europa si dirigevano a Roma.
Ottenuto da uve Sangiovese per il 90% e da uve Canaiolo e Colorino per il restante 10%, raccolte da viti coltivate secondo i principi dell'agricoltura biologica, questo vino, che matura per 18 mesi in legno (80% botti di rovere di Slavonia e 20% in barrique), ha mostrato grande struttura al gusto e note tostate al naso.

Abbiamo concluso la degustazione con il Chianti Classico Riserva 2011 dell'Antico Podere Casanova di Bucciarelli, azienda sita in Castellina in Chianti (SI) e della cui attività vi è traccia dalla fine dell'800. Un vino maestoso, sia al gusto che all'olfatto, molto materico, rimanendo tuttavia elegante e scorrevole; ottenuto da sole uve Sangiovese, questo vino, dopo una lunga macerazione sulle bucce, matura per 18 mesi in legno.


Un grande ringraziamento a Pierpaolo e Mena Damiano, aspiranti Sommelier Enodegustatori, per la gentile e calorosa ospitalità.


Per restare aggiornati sui prossimi eventi dell'associazione "Enodegustatori Campani" seguite il sito e la pagina facebook.

Grazie e alla prossima!








martedì 16 maggio 2017

Il vino in Emilia Romagna riassunto in 7 punti


Immagine presa dal web

1. Regione di passaggio tra il Nord ed il Centro Italia, l'Emilia Romagna è composta dall'unione di due regioni storiche: l'Emilia, posta a nord-ovest e dal clima continentale, prende il nome dalla via Emilia (strada fatta costruire dal console romano Emilio Lepido per collegare le città di Rimini e Piacenza); la Romagna, invece, posta a sud-est e dal clima più temperato per la vicinanza al mare, deriva il nome dal tardo latino "Romània" (termine con cui nel Medioevo si indicavano i territori sotto il controllo dell'Esacrato Bizantino, che aveva sede a Ravenna). 
Circa metà della superficie regionale è pianeggiante, l'altra metà è in parte collinare ed in parte occupata dagli Appennini ligure e tosco-emiliano.

2. Praticata da tempo immemore, la coltivazione della vite ha avuto in questa regione un forte sviluppo in epoca romana; successivamente, un ruolo importante per la produzione vitivinicola è stato svolto dai monaci benedettini, soprattutto nei pressi di Ferrara. Verso la fine del XIX secolo, a causa della fillossera, circa il 90% dei vigneti fu distrutto e la successiva ricostruzione fu lenta; purtroppo, poi, con la costituzione di cooperative di produttori si ebbe inoltre una produzione orientata verso la quantità e che vide protagonista le diverse varietà di Lambrusco: da queste uve si ottenevano vini poco pregiati che, esportati durante gli anni '70 e '80 negli Stati Uniti, erano lì conosciuti come "Red Cola" e commercializzati in lattina. Fortunatamente, negli ultimi tempi la produzione vitivinicola di questa regione sembra aver imboccato un'altra direzione, essendo sempre più orientata verso la valorizzazione dei vitigni autoctoni; anche se la presenza di varietà internazionali nei vigneti è ancora oggi piuttosto rilevante.

3. La parte più occidentale della regione, in provincia di Piacenza, risente della vicinanza all'Oltrepò Pavese e al Tortonese: infatti, i vitigni più diffusi sono Barbera e Croatina (localmente detta "Bonarda") che insieme danno vita al Gutturnio; prodotto sia fermo che frizzante, questo vino rosso deriva il nome da "Gutturnium", coppa romana d'argento ritrovata in zona, verso la fine dell'800, tra le sabbie del Po. 
Oltre a vini rossi ottenuti da vitigni autoctoni ed internazionali, in questa parte della regione si producono anche vini bianchi da uve aromatiche, quali Malvasia Bianca di Candia e Moscato Bianco, nonché da Ortrugo e da vitigni internazionali, spesso prodotti inoltre in versione frizzante o spumante.

4. Tra le provincie di Reggio Emilia e di Modena troviamo la produzione di vini rossi frizzanti, in versione secca o amabile, ottenuti da differenti varietà di uve Lambrusco; la cui produzione maggiore si registra nella denominazione Reggiano. Il Lambrusco di Sorbara, ottenuto da uve coltivate su terreni sabbiosi, si presenta di solito con un colore più scarico e un corpo più leggero; il Lambrusco Grasparossa di Castelvetro, ottenuto da uve coltivate su terreni argillosi, appare il più strutturato; mentre, il Lambrusco Salamino di Santa Croce, ottenuto da uve coltivate su terreni argilloso sabbiosi, presenta caratteristiche intermedie ai due precedenti e che lo accomunano al Reggiano. 

5. Spostandoci verso est, sulle colline in provincia di Bologna, troviamo la produzione di corposi vini rossi da uve Cabernet Sauvignon, Merlot e Barbera (quest'ultima vinificata anche in versione frizzante), nonché di fragranti e non molto strutturati vini bianchi da uve Sauvignon, Chardonnay, Pinot Bianco, Riesling Italico e Pignoletto; quest'ultimo vitigno dà inoltre vita alla DOCG Colli Bolognesi Classico Pignoletto. La parte pianeggiante della provincia di Bologna, corrispondente alla denominazione Reno (dal nome del fiume che l'attraversa), vede la coltivazione dei vitigni a bacca bianca Montù, Pignoletto, Albana e Trebbiano Romagnolo, da cui si ottengono anche vini frizzanti e spumanti. In provincia di Ferrara troviamo, invece, la denominazione Bosco Eliceo, una zona vitivinicola compresa tra il delta del Po e la foce del fiume Reno, dove si stanno riscoprendo i "vini delle sabbie", ottenuti da vitigni coltivati su terreni sabbiosi e salmastri; tra questi è da menzionare il Fortana ("Uva d'oro"), vitigno a bacca rossa da cui si ottengono vini rossi da bersi entro l'anno e da abbinare a tavola con l'anguilla, in quanto caratterizzati da un colore poco intenso, da delicati sentori di frutta rossa e da un gusto poco tannico ed acidulo.

6. Partendo da Imola e scendendo a sud-est verso il mare, ci troviamo in piena Romagna, la parte più orientale della regione, dove nella campagna a sud di Bologna e Ravenna il vitigno a bacca bianca più coltivato è il Trebbiano Romagnolo, da cui si ottengono enormi quantità di vino, perlopiù poco pregiato. Nei dintorni di Forlì spicca, invece, la coltivazione del vitigno Albana, che dà vita alla DOCG Romagna Albana, comprendente la produzione di vini bianchi secchi, amabili, dolci e passiti. Tra i vini rossi della zona prevale il Sangiovese di Romagna, che si rivela spesso leggero e beverino, soprattutto quando ottenuto da uve coltivate sui terreni sabbiosi nei pressi di Rimini, o piuttosto robusto e complesso, quando ottenuto invece da uve coltivate sulle colline dai terreni calcarei e argillosi nei pressi di Forlì (in particolare nei territori di Predappio e Bertinoro).
Altri vini di questa zona sono il Pagadebit di Romagna, fresco e delicato vino bianco, il cui nome deriva dalla resistenza e produttività del vitigno da cui si ottiene, ossia il Bombino Bianco (che permetteva ai contadini locali di produrre vino anche in annate difficili, permettendo loro di "pagare i debiti"), e la Cagnina di Romagna, ottenuta da uve Refosco dal Peduncolo Rosso (importato dal Friuli in età bizantina e localmente chiamato "Refosco Terrano") ed il cui nome è da ricondursi al gusto un po' aspro (che "morde" il palato come una cagna).

7. Posta al confine tra l'Emilia Romagna e le Marche, la Repubblica di San Marino vanta un'antica storia vitivinicola. Questo piccolo stato, arroccato sul Monte Titano, produce una vasta gamma di vini sia rossi sia bianchi, anche in versione spumante. I vini rossi sono tutti a base di Sangiovese, che rappresenta anche il vitigno più coltivato, mentre i vini bianchi sono ottenuti soprattutto da uve Biancale, Ribolla, Canino, Cargarello e Moscato (da quest'ultimo si ottengono anche vini spumanti dolci e passiti); negli ultimi tempi sono stati introdotti, inoltre, altri vitigni italiani (quali Vermentino, Pignoletto e Ancellotta) ed internazionali (quali Chardonnay, Pinot Bianco, Pinot Nero, Syrah e Cabernet Sauvignon).



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