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giovedì 29 dicembre 2016

Il Groppello riassunto in 7 punti


Foto presa dal web (fonte: www.consorziovaltenesi.it)

1. Vitigno a bacca rossa autoctono del nord Italia, il Groppello deve il nome alla forma del grappolo, che si presenta piccolo e compatto, simile a un "groppo" (ossia, a un "nodo").

2. Coltivato sin dall'antichità, come testimoniato da più autori latini, in passato il Groppello era piuttosto diffuso in Veneto, Trentino e Lombardia; tuttavia, il passaggio della fillossera causò la distruzione di gran parte dei vigneti di queste regioni e per la successiva ricostruzione i viticoltori preferirono altre uve a questo vitigno, la cui coltivazione fu quindi limitata a poche aree.

3. Attualmente è coltivato soprattutto sulla sponda bresciana del lago di Garda, dove lo troviamo in purezza nelle denominazioni Garda e Riviera del Garda Bresciano, oltre che come base dei vini Valtènesi (nome storico del territorio collinare a ovest del lago). E' presente, inoltre, in Trentino nella Val di Non, dove si coltiva la varietà "Groppello di Revò" sulle colline dell'omonima cittadina.

4. Secondo alcuni ampelografi, il "Groppello di Revò" rappresenta il genitore delle altre varietà di Groppello coltivate sulle colline che costeggiano il lago di Garda: il "Groppello Gentile" (la più diffusa), da cui si ottengono piacevoli vini rosati, ed il "Groppello di Mocasina", da cui si ottengono vini rossi più intensi e corposi.

5. Vinificato in purezza dà un vino non molto corposo, dal colore rubino e dalle delicate note fruttate e speziate, che ben si abbina a salumi e primi piatti di pasta con il sugo, nonché con carni rosse e formaggi a media stagionatura; dall'assemblaggio con Marzemino, Sangiovese e Barbera, nascono invece vini più strutturati che si possono accompagnare anche a selvaggina.

6. Frequentemente utilizzata per ottenere vini rosati, quest'uva è alla base del "Chiaretto"... vino rosato ottenuto lasciando le bucce a contatto con il mosto solo per poche ore (per il tempo di una notte, ragion per cui è chiamato anche "vino di una notte"): dal delicato colore petalo di rosa, si presenta al naso con lievi note floreali e fruttate; fresco al gusto, mostra buone  doti di sapidità e un finale leggermente ammandorlato; il suo abbinamento è con antipasti, minestre, secondi piatti a base di pesce e carni bianche.

7. Caratteristica è la "Fiera del Vino di Polpenazze", paesino della Valtènesi, che dà ogni anno  nell'ultimo fine settimana di maggio la possibilità di degustare il vino di più aziende della zona, oltre ad altri prodotti lacustri... "Si prende il bicchiere, lo si appende al collo e si passeggia tra gli stand in legno, ammirando il Lago dalla terrazza più bella del Garda tra un sorso e l'altro" (Giornale di Brescia, Martedì 14 Aprile 2015).


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lunedì 3 ottobre 2016

L'Aleatico riassunto in 7 punti



 

1. Vitigno aromatico a bacca rossa, la cui antica origine è dibattuta, l'Aleatico forse fu introdotto in Italia dai coloni greci; a sostegno di quest'ipotesi il fatto che un tempo era conosciuto come Liatico, nome che richiama quello del vitigno greco Liatiko, che presenta però caratteristiche differenti.

 

2. Studi genetici hanno dimostrato un legame di parentela tra l'Aleatico e il Moscato Bianco, dal quale ha ereditato l'inconfondibile aromaticità; secondo alcuni si tratterebbe, infatti, di una mutazione del Moscatello Nero.

 

3. L'Aleatico non ha un'alta produttività, presenta un germogliamento precoce e risulta sensibile alle primavere umide (durante le quali è soggetto al fenomeno dell'acinellatura); negli ultimi decenni si è assistito nei vigneti ad una notevole riduzione della superficie occupata da questo vitigno che, dal grappolo piccolo e alato, mostra acini di media grandezza e dalla buccia spessa e molto pruinosa. La maturazione avviene in periodi variabili a seconda della localizzazione geografica: in Toscana cade nell'ultima decade di settembre, mentre in Puglia si anticipa tra la fine di agosto e la prima metà di settembre.

 

4. Utilizzato in passato come uva da tavola, l'Aleatico è diventato famoso per la produzione di vini passiti; di norma le sue uve sono raccolte a maturazione non troppo avanzata e fatte poi appassire tradizionalmente su graticci o in appositi locali coperti e ventilati.

 

5. Diffuso soprattutto in Toscana, dove dà vita alla DOCG Elba Aleatico Passito, questo vitigno è coltivato anche in altre regioni dell'Italia centromeridionale, tra cui il Lazio, dove lo troviamo in purezza nella DOC Aleatico di Gradoli, ed in Puglia, dove è previsto nelle denominazioni Salice Salentino e Gioia del Colle; in Corsica è utilizzato insieme al Grenache per la preparazione del "Rappu", vino alcolico e strutturato usato come aperitivo, ottenuto dalla pigiatura di uve appassite il cui mosto è fatto poi fermentare in presenza dei raspi.

 

6. Da uve, sia fresche sia appassite, vinificate in purezza si ottiene un vino rosso rubino dai leggeri riflessi violacei, molto aromatico e fine, con sentori di violetta, frutta rossa e confettura, cui seguono note speziate con l'affinamento; al gusto risulta intenso e morbido, con sensazioni pseudocaloriche importanti e ritorni di ciliegia sotto spirito, frutta secca e confettura di prugna.

 

7. Il passito da uve Aleatico può essere apprezzato come vino da conversazione o come vino da dessert, per accompagnare la pasticceria secca, dolci al cioccolato e crostate di frutta; consigliato anche abbinamento con formaggi erborinati.




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mercoledì 8 giugno 2016

Il Greco riassunto in 7 punti

Foto presa dal web


1. Nobile vitigno a bacca biacca di antichissima origine, il Greco, così come altri vitigni con simile etimologia del nome, fu probabilmente introdotto nel Sud Italia in seguito alla colonizzazione greca del VIII secolo a.C., quando la crisi agricola ellenica spinse molti contadini a trovare nuove terre da coltivare nella nostra penisola.

 

2. In base alla particolare forma dei suoi grappoli che, piuttosto piccoli e compatti, sono muniti di un'ala così sviluppata da far sembrare che siano doppi, Carlucci nel 1909 ipotizzò per primo che questo vitigno potesse derivare dalla “Aminea gemella”, pregevolissima famiglia di viti descritta nelle “Georgiche” da Virgilio.

 

3. Con il nome di Greco Bianco o Greco di Gerace si indica, invece, un vitigno calabrese (l'aggettivo "Bianco" definisce un'appartenenza geografica) che si distingue dalla famiglia dei Greco per struttura e forma del grappolo.

 

4. Inoltre, è da ricordare che con il termine "Greco" o "Grechetto" ci si riferiva in passato a differenti vitigni a bacca bianca... accomunati dal fatto di essere utilizzati nel Medioevo per produrre vini passiti dolci simili a quelli importati dall'Oriente dai mercanti veneziani, particolarmente apprezzati e costosi.

 

5. Il Greco è oggi diffuso in tutta la Campania: dapprima coltivato sul Vesuvio e nei Campi Flegrei, la sua coltivazione si estesa successivamente nelle zone più interne della regione, Irpinia e Sannio. In particolare, questo vitigno ha mostrato di prediligere i terreni gessoso-tufacei della zona di Tufo, ricca tra l'altro di miniere di zolfo, dove è alla base della DOCG Greco di Tufo.

 

6. Nelle sue terre di elezione dà un bianco di straordinario carattere: interessante al naso, dove sentori di pesca e mandorla amara si intrecciano a note minerali sulfuree; ricco di struttura al gusto (tanto che spesso si parla di questo vino come di "un rosso travestito da bianco"), dove si fa notare per la sua elevata acidità. Si è soliti abbinare questo vino con pesci e crostacei, tuttavia non sfigura affatto con la mozzarella di bufala.

 

7. Una breve ma intensa descrizione del Greco di Tufo è quella di Manuela Piancastelli: "Un terroir particolare che restituisce a quest'uva e al vino profumi e caratteristiche del tutto peculiari. Rispetto al cugino Fiano, è ruvido e difficile, con minori profumi, più nervoso e difficile da interpretare. E' come un ragazzino ostico, di poche parole ma pieno di qualità che molti, purtroppo, cercano di omologare dandogli forzatamente un'eleganza che non gli è propria".

Inoltre, il disciplinare di produzione della DOCG prevede anche la tipologia “Spumante”, ottenuta con il metodo della rifermentazione in bottiglia (metodo classico) ed affinamento minimo di 36 mesi.

 

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venerdì 13 maggio 2016

Il Trentino Alto Adige riassunto in 7 punti


Immagine presa dal web


1. Posta a ridosso delle Alpi e dal territorio quasi interamente montuoso, il Trentino Alto Adige è la regione più settentrionale d'Italia. Attraversata dal fiume Adige, questa regione presenta un clima dai tratti continentali o alpini, a seconda dell'altitudine, caratterizzato da estati calde ed inverni rigidi, nonché da forti escursioni termiche giornaliere che donano ai vini freschezza e profumi.
 
2. In quest'affascinante regione, che in antichità apparteneva alla "Raetia", le origini della viticoltura risalgono al 700 a.C. ed i vini retici ebbero in epoca romana molti illustri estimatori; sembra, inoltre, che proprio in queste terre gli antichi romani conobbero l'uso della botte in legno per la conservazione ed il trasporto del vino, che fino ad allora era riposto in anfore di terracotta.
 
3. Dato il clima, favorite in questa regione sono le uve resistenti al freddo, come Sauvignon Blanc e Pinot Nero; oltre alle uve internazionali (piuttosto diffuse sul territorio), troviamo non poche varietà autoctone, da cui si ottengono tra l'altro interessanti risultati, come Nosiola, Teroldego, Schiava, Marzemino, Lagrein, Traminer Aromatico, Moscato Giallo e Moscato Rosa. Tipico nei vigneti è poi il sistema di allevamento a "pergola trentina", che ben si presta alle esigenze della viticoltura di montagna, permettendo di proteggere i grappoli dal forte irraggiamento estivo.
 
4. Quest'affascinante regione è divisa in due provincie:
- Trentino, meridionale, con cultura e tradizioni più vicine a quelle italiane;
- Alto Adige, settentrionale, ai piedi delle Alpi con forti influssi culturali e linguistici tedeschi.
 
5. La provincia di Trento è famosa per la produzione di spumanti Metodo Classico, ottenuti da uve Chardonnay, Pinot Bianco e Pinot Nero, la cui storia inizia nei primi del '900 con Giulio Ferrari, considerato "il padre della spumantistica italiana". Ad ovest di Trento, nella Valle dei Laghi, le condizioni di temperatura e ventilazione favoriscono lo sviluppo della "muffa nobile" sugli acini appassiti di Nosiola che, vendemmiati ad ottobre, sono poi pigiati durante la settimana santa dando il cosiddetto "Vino Santo". 
 
6. A nord di Trento troviamo, invece, il Campo Rotaliano... una valle che è compresa tra i comuni di San Michele dell'Adige (dove ha sede l'importante istituto enologico), Mezzocorona e Mezzolombardo, ed il cui il cui nome di origine celtica sta a significare "valle del dazio", con riferimento al dazio per entrare nella Val di Non. Su questa pianura di origine alluvionale, dal suolo ricco di minerali e protetta dalle montagne dai freddi venti invernali, si coltiva da secoli il Teroldego, da cui si ottengono vini rossi di buona struttura.
 
7. L'Alto Adige era considerata fino alla fine del XIX secolo come una sorta di cantina dell'impero austro-ungarico: nel desiderio di produrre vini simili a quelli francesi, i nobili impiantarono vitigni internazionali, come Chardonnay, Merlot, Cabernet Franc e Cabernet Sauvignon. Tuttavia, oltre agli strutturati vini da uve internazionali, l'odierna produzione locale vede protagonisti soprattutto i vitigni autoctoni Schiava (localmente chiamata "Vernatsch") e Lagrein. Interessante è anche la produzione di vini dalle uve aromatiche Moscato Giallo, Moscato Rosa e Gewurztraminer, nonché quella da uve Pinot Nero.



 
 
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sabato 7 maggio 2016

Il vitigno Albana riassunto in 7 punti



Albana (http://www.bertinorowines.it/)
 

 

1. Vitigno a bacca bianca autoctono dell'Emilia Romagna, l'Albana deriva il suo nome dal latino "albus", che significa "bianco" e che alcuni collegano ai Colli Albani, probabile zona d'origine del vitigno (coltivato verosimilmente sin dall'epoca romana, come testimoniato da più autori latini).

 

2. Secondo alcuni studiosi tedeschi il vitigno Elbing, coltivato nella valle del Reno, corrisponderebbe all'Albana, che sarebbe stata lì importata nel IV secolo d.C. dagli antichi romani.

 

3. Si conoscono diversi biotipi di questo vitigno, che differiscono sostanzialmente per le caratteristiche morfologiche del grappolo; fra questi, il più famoso è l' "Albana Gentile di Bertinoro"; il vino che se ne ottiene da questo biotipo dal grappolo grande, secondo una leggenda, sarebbe stato lodato da Galla Placidia... si racconta, infatti, che alla figlia dell'imperatore Teodosio, giunta alle prime ore dell'alba in un ameno borgo della Romagna, fu offerto dagli abitanti del luogo, sconcertati per l'arrivo di una così bella donna (che cavalcava tra l'altro una bianca giumenta), dell'ottimo vino locale in un recipiente di terracotta... e che la futura imperatrice, nell'assaggiarlo, avrebbe esclamato: "non di così rozzo calice sei degno, o vino, ma di berti in oro"; da allora quel paese romagnolo si chiamò Bertinoro. Un altro illustre estimatore di questo vino fu, in epoca successiva, Federico Barbarossa, che ebbe modo di apprezzarlo quando fu ospite della contessa Frangipane.  

 

4. Particolarmente diffusa in Romagna, dove dà vita alla DOCG Albana di Romagna e alla DOC Romagna Albana Spumante, questa varietà è contemplata anche nelle denominazioni Colli Bolognesi e Reno. Sporadica è, invece, la sua coltivazione in Liguria, Toscana e Marche.

 

5. Gli acini di questo vitigno presentano una buccia spessa e pruinosa, nonché resistente, ed il cui colore può variare dal giallo verdognolo al giallo dorato o ambrato. La vendemmia avviene in genere nelle due ultime settimane di settembre; tuttavia, vi sono casi in cui i produttori prediligono l'appassimento su pianta, che vede talvolta lo sviluppo della "muffa nobile".

 

6. Il passito che se ne ottiene presenta nel bicchiere un colore che varia dal dorato all'ambrato, al naso esprime sentori di frutta candita e confettura, mentre si mostra pieno ed avvolgente al gusto. Meno esaltanti risultano, invece, le versioni secco, amabile e dolce che, piuttosto simili tra loro, presentano un colore giallo paglierino dai riflessi dorati, profumi poco intensi al naso e buona struttura al gusto, dove differiscono ovviamente per il residuo zuccherino.

 

7. Le versioni da uve appassite sono da abbinare alla ciambella romagnola, nonché al formaggio di Fossa accompagnato da miele di castagno. Data la buona struttura, le versioni secche (ottenute da uve non appassite) sono da abbinarsi con crostacei, zuppe e brodetti di pesce.

 

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venerdì 4 dicembre 2015

Il vino in Abruzzo riassunto in 7 punti


Immagine presa dal web


Questa regione perlopiù montuosa, posta alle spalle del Lazio, tra l'Appennino e il mar Adriatico, fu descritta dal poeta latino Ovidio, nativo di Sulmona, come “terra ricca del dono di Cerere e ancor più feconda di uve”.

 

1. La vitivinicoltura e la pastorizia rappresentano da sempre le principali e più tradizionali attività economiche regionali, ma a causa dello spopolamento montano, si sono avuti momenti di decadenza; tuttavia negli ultimi tempi si notano chiari segni di ripresa.

 

2. Alla fine del XIX secolo il patrimonio ampelografico abruzzese era considerevole, ma all’inizio del ‘900 giunse il flagello della fillossera, che portò alla riduzione del numero di vitigni impiegati a favore del Trebbiano e del Montepulciano, nonché ad una produzione orientata più verso la quantità che la qualità. Ai vitigni tipici, come Pecorino, Montonico, Cococciola, Passerina, si affiancano oggi anche vitigni internazionali, come Merlot, Cabernet Franc, Cabernet Sauvignon, Pinot Bianco, Pinot Nero, Chardonnay, coltivati soprattutto nel Teramano.

 

3. La viticultura si concentra nella fascia collinare che digrada verso il Mar Adriatico, solcata da numerosi fiumi, e in una piccola area al confine con il Lazio.

 

4. Nei vigneti l’alberello e le alberate (viti maritate ad alberi, reminiscenza degli impianti etruschi) hanno man mano lasciato spazio ad allevamenti di tipo espanso, come la pergola abruzzese; solo in provincia di Teramo resistono i sistemi tradizionali, anche se non mancano i filari a controspalliera, guyot e cordone speronato.

 

5. Sono a base di Montepulciano le denominazioni regionali: Cerasuolo d'Abruzzo, vino rosato strutturato e profumato, e Montepulciano d'Abruzzo, potente vino rosso, elegante e ricco di sfumature olfattive, nonché dotato di una notevole propensione per l'invecchiamento; sempre il Montepulciano dà vita ai vini di Villamagna e della DOCG Montepulciano d'Abruzzo Colline Teramane; su queste colline poste al nord della regione, tra le altitudini del Gran Sasso e le coste dell'Adriatico, da viti coltivate su terreni di ardesia nasce un vino dal notevole equilibrio tra tannicità e morbidezza, “il classico pugno di ferro in guanto di velluto” come lo definì il noto giornalista Daniel Thomases dopo averlo assaggiato.

 

6. Il Trebbiano d'Abruzzo, vitigno autoctono regionale, è alla base di un vino bianco a denominazione regionale, il Trebbiano d'Abruzzo, ed è spesso confuso con il Bombino Bianco (vitigno che è, tra l'altro, contemplato anch'esso nel disciplinare). Da queste uve a seconda dell'epoca di raccolta, delle modalità di vinificazione e maturazione, si possono ottenere sia vini non molto strutturati e di pronta beva sia vini con grande struttura e propensione per l'invecchiamento.

 

7. Altre denominazioni d'origine sono: Controguerra, piccola zona vitivinicola al confine con le Marche, dove ai vitigni tradizionali si affiancano vitigni internazionali; Ortona, antichissimo centro marinaro dove ha, tra l'altro, sede l'Enoteca Regionale; Terre Tollesi, una delle DOC più piccole d'Italia.

 

Per concludere... Ecco alcuni tra i migliori produttori in base agli assaggi fatti da finora: Cirelli, Masciarelli, Emidio Pepe, Faraone, Pettinella, SciarrTorre dei Beati, Valentini.



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mercoledì 14 ottobre 2015

Il Vino di Carema riassunto in 7 punti

Foto presa dal web


"...  sotto la pioggia, che batte strepitosa e allegra, continua il traffico proprio a questa strana, unica città: passano contadine con brente sulle spalle, con tubi di gomma attorno al collo. Dagli scantinati delle rare casette, che incontriamo inoltrandoci in questo immenso labirinto di gallerie verdi e di rustici colonnati, ci investe, nella pioggia, profumo di vino giovane. Finché comprendiamo il motivo della nostra gioia, e ci diciamo che da qualche minuto stiamo provando quella stessa sensazione violenta e irripetibile che ci colse quando la prima volta vedemmo le gondole, i grattacieli, il métro. Carema ha una struttura strana e meravigliosa, che le deriva appunto dalla sua ubicazione e dalla sua funzione, appunto come Venezia e New York. Non diversamente da queste città, la sua bellezza è unica..." Queste le sensazioni di Mario Soldati quando, per la prima volta, vide Carema... "la città-vigneto" posta a nord-ovest del Piemonte, nel Canavese.

 

1. In questa zona che confina con la Valle d'Aosta, tra le provincie di Biella e Torino, in un paesaggio caratterizzato da altissimi terrazzamenti, scavati dai contadini nella roccia e riempiti da terra portata dalla valle con le gerle, si trovano "colonne di pietra inghirlandate di vigna" (Cit. M. Soldati), vigneti coltivati a pergola.

 

2. Questi pergolati, le “topie”, sono sostenuti dai caratteristici “pilun” in pietra e calce... possenti e tozze colonne doriche che, come spiega il Soldati, "non servono soltanto di sostegno, e, perciò, non sono sproporzionate: esse trattengono il calore del sole anche dopo che il sole è tramontato, e, quasi stufe, lo riflettono sui tralci e sui grappoli, smorzando e sfumando quel quotidiano abbassamento di temperatura, fra il giorno e la notte, che in montagna è molto più sensibile che non in collina o in pianura, e molto più dannoso alla maturazione delle uve"... donando così al vino quel "gusto inimitabile di sole e pietra".

 

3. Su queste terre di origine morenica (ossia originate da detriti accumulati e trasportati dai ghiacciai), la tradizione vitivinicola vanta un antico passato ed il vino qui prodotto fu definito da Sante Lancerio, bottigliere del Papa Paolo III Farnese, "un'ottima e perfetta bevanda da principi e signori".

 

4. Tutelato dall'omonima DOC, il vino di Carema è ottenuto per almeno l'85% da uve del vitigno Nebbiolo, che qui è chiamato "Picotendro" per via degli acini piccoli e teneri.

 

5. Vino di grande longevità, il Carema affina per un periodo minimo di 24 mesi, di cui almeno 12 in botti di rovere o di castagno; per la tipologia Riserva l'invecchiamento è di almeno 36 mesi.

 

6. Nel bicchiere suole avere un colore rosso granato che nei lunghi anni di affinamento nelle botti e, successivamente, in bottiglia, acquista bellissime tonalità aranciate; al naso gli aromi iniziali di rosa e violetta si intrecciano ai sentori di frutta sotto spirito e a quelli speziati di pepe, di tabacco e di cuoio; etereo, strutturato, complesso dal punto di vista gustativo e con buona persistenza aromatica... è un vino tannico, nel quale le morbidezze vanno a comporre un buon equilibrio.

 

7. Lo berremo con arrosti, selvaggina, lepre in salmì, carni rosse, pietanze arricchite da tartufo,  formaggi stagionati non piccanti ma anche fuori dai pasti senza alcun abbinamento come vino da “meditazione” o da "caminetto".

 
Per concludere... Ecco alcuni tra i migliori produttori in base agli assaggi fatti da me finora: Cantina Produttori "Nebbiolo di Carema", Ferrando.



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domenica 11 ottobre 2015

Il Gragnano riassunto in 7 punti

Foto presa dal web
(Fonte: www.centroculturalegragnano.it)


"A Lèttere, per il Gragnano. Arriviamo verso il tramonto. Paesaggio alpestre, rupestre, pastorizio, e insieme foltissimo di vegetazione. Valloncelli, dossi, poggi preromantici. E, tra le vigne, i lecci, i noci, i castagni a picco sulla piana di Pompei, in vista di Castellammare e del Golfo, delle isole lontane e del Vesuvio, casette o villette, di un tardo barocco o di un neoclassicismo rustico, coi loro portichetti o con i loro pronai a colonne di pietra, quasi quinte di una scenografia naturale, ma a misura umanissima, cui certo si ispirarono gli artisti dei presepi napoletani, e poi i pittori come Gigante e Palizzi." Così si mostravano i Monti Lattari agli occhi di Mario Soldati, quando nell'autunno del 1968 s'incamminò "alla ricerca del Gragnano perduto".

 

1. Sui Monti Lattari, dove le escursioni termiche sono piuttosto forti, la coltivazione della vite ha origini antichissime. Furono probabilmente i greci ad impiantare le prime viti e, successivamente, i romani furono estimatori del vino qui prodotto. Nel medioevo, data l'importanza che la viticoltura rivestiva in zona, quando la cattedrale di Lettere divenne diocesi, questa fu intitolata Santa Maria delle Vigne; inoltre, un detto del XVI secolo, coniato dal monsignor Molinari, declamava le proprietà taumaturgiche del Gragnano: "Si vis vivere sanum, bibe Gragnanum". Con l'avvento di Napoleone e la nomina di Gioacchino Murat a re di Napoli, tecnici di viticoltura ed enologia furono chiamati direttamente dalla Francia, ed il Gragnano conobbe un periodo di fama in tutta la provincia. Nel 1845 il Gigante affermava: "Il vino di Gragnano, per antonomasia dette il nome a tutti i vini del napoletano, sicché bastava dir Gragnano per intendere un vino fragrante, limpido, abboccato, vocabolo che significa dolce e di vitigno, non artificiale ... non vi era cantina a Napoli dove non trovasi il Gragnano."

 

2. Su queste terre rese fertili dalle eruzioni vulcaniche, Piedirosso (localmente detto Per' 'e Palummo), Sciascinoso (localmente detto Olivella), Aglianico e altre uve del posto (come Tintore, Castagnara, Surbenga e Suppezza) sono coltivati a spalliera o con il vecchio sistema della pergola a tralcio lungo (scelto per la forte resistenza all'impeto dei venti) per dare vita a questo rosso brioso... al Gragnano, "il vino dei veri napoletani".

 

3. "Il Gragnano appartiene a quelli che i francesi chiamano petits vins, piccoli vini, non ai vini classici, da arrosto e da invecchiamento"... "Un vino senza pretese, un piccolo vino: ma, bevuto sul luogo, e, a pasto, veramente insuperabile" (M. Soldati). La sua produzione richiede molta fatica ai viticoltori... i terrazzamenti su cui nascono le vigne ostacolano l'uso delle macchine e fanno dell'artigianalità una scelta obbligata.

 

4. "Il migliore era quello di Lettere, un piccolo comune, quattro case sparse sopra Gragnano" ... di cui "sapevo che il nome derivava da latte, trovandosi il paesello sulle pendici dei Monti Lattari, ricchissimi un tempo di pecore e capre" scriveva il Soldati. Attualmente il disciplinare di produzione della DOC Penisola Sorrentina distingue per il vino rosso frizzante le sottozone Gragnano e Lettere. Pertanto, la scritta "Gragnano" compare in etichetta solo sulle bottiglie di quei vini prodotti nell'omonima sottozona, che si estende sui territori dei comuni di Gragnano, Pimonte e sulla parte collinare di Castellammare di Stabia; tale sottozona è protetta alle spalle dalle dorsali del Monte Faito (la più alta montagna della provincia di Napoli) e beneficia della brezza marina proveniente dal Golfo.

 

5. Si tratta di un vino rosso frizzante naturale... si distingue dunque dagli spumanti per la minore pressione atmosferica e da quelli artificiali per il fatto che l'anidride carbonica non è addizionata per insufflazione; nel Gragnano, infatti, l'effervescenza si sviluppa naturalmente per effetto delle fermentazioni. La prima fermentazione dura qualche giorno e vede il mosto a contatto con le bucce; la seconda fermentazione avviene in autoclave (qualche produttore sceglie di farla avvenire direttamente in bottiglia) con l'aggiunta di un piede di mosto preparato ed arricchito con lieviti. Alcuni produttori per aumentarne l'effervescenza seguono una vecchia usanza ed aggiungono al vino un goccio di lambiccato ottenuto da uve Catalanesca.

 

6. Nel bicchiere si presenta, in genere, con un colore rosso rubino cupo, quasi impenetrabile e con riflessi violacei, con una schiuma "che calava subito e subito spariva per sempre", al naso con fragranti sentori di ciliegia, frutti di bosco e viola; al gusto appare "denso ma allo stesso tempo scivoloso: come un lambrusco di più corpo, come una barbera di meno corpo ... con un retrogusto gradevolissimo di affumicato" (M. Soldati).

 

7. Un vino da gustare a tavola con la pizza, come suggeriva Veronelli, e "freddo di cantina". Oltre che con la pizza, trova felice abbinamento con il panuozzo, con salsicce e friarielli e con il sartù di riso.

 

Per concludere... Ecco alcuni tra i migliori produttori in base agli assaggi fatti da me finora: Grotte del Sole, Iovine.



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Mi raccomando: "Assicurati che sia Gragnano! Tu lo assaggi... se è frizzante lo pigli, sennò desisti!"




venerdì 9 ottobre 2015

L'Asprinio riassunto in 7 punti

La vendemmia dell'Asprinio (www.vinimagliulo.com)


"Ma l'incanto delle vigne, così drappeggiate a lunghi e altissimi e folti festoni da un pioppo all'altro! Immense pareti di verzura, tese verticalmente: che il sole, attraversandole, trasforma in vasti arazzi luminosi, dai meravigliosi frastagli indecifrabili. E le contorsioni, gli intrichi, i grovigli dei rami, nella loro vegetale, apparentemente immota, vitalità, nei loro complicati abbracci intorno ai fusti diritti dei pioppi, hanno qualche cosa di mostruoso ed animalesco." Così, nel suo libro "Vino al Vino", Mario Soldati descriveva le "alberate aversane", disegnate da viti centenarie di Asprinio, che negli anni '60 coprivano un vigneto che si estendeva su ben 16'000 ettari, ma che oggi arriva a ricoprirne poco meno di 200.

 

1. L'Asprinio è un vitigno a bacca bianca coltivato in passato in Campania già dagli Etruschi e diffuso nell'Agro Aversano; recenti studi di analisi molecolare lo vogliono un biotipo del Greco.

 

2. Si tratta di una varietà dalla spiccatissima acidità, da cui deriva appunto il nome. Gli acini,  così come anche i grappoli, sono piccoli e la loro maturazione avviene tra la fine di settembre e la prima decade di ottobre.

 

3. Nell’Agro Aversano, passeggiando sui terreni sabbiosi di origine vulcanica, è possibile imbattersi in viti a “piede franco” coltivate ad alberata, “maritate” al pioppo (reminiscenza degli impianti etruschi), che raggiungono anche i 20 metri di altezza e che impongono ai viticoltori equilibrismi incredibili, su altissime scale, per la raccolta delle uve.

 

4. Questo vitigno lo troviamo in purezza nella DOC Asprinio di Aversa, il cui territorio si estende su alcuni comuni tra le provincie di Napoli e di Caserta. Tale denominazione prevede sia la tipologia ferma sia la tipologia spumante; al riguardo, c'è da sapere che da sempre è stata sfruttata la sua naturale propensione a frizzare, tanto che in passato si pensava che l'Asprinio appartenesse alla famiglia dei Pinot e che fosse stato importato durante la dominazione francese di inizio Ottocento per la produzione di vini spumanti. Mi è capitato, inoltre, di assaggiarne un'interessante versione passito, non contemplata però nel disciplinare di produzione.

 

5. Dà un vino dai riflessi verdolini, leggero, minerale, con una componente alcolica non elevata e un'acidità spiccata, preannunciata al naso da tipici sentori agrumati e corrisposta al palato da una sensazione tale da far quasi raggrinzire le gengive... ideale per rinfrescare e sgrassare la bocca; degustandolo il Soldati scriveva "l'Asprino profuma appena, e quasi di limone: ma, in compenso, è di una secchezza totale, sostanziale, che non si può immaginare se non lo si gusta... Che grande piccolo vino!". Si tratta di un vino in genere poco longevo, da consumarsi entro l'anno (ma non mancano versioni affinate sui lieviti che si prestano ad un modico invecchiamento in bottiglia). Ottime anche come fresco aperitivo e dal finale ammandorlato sono le versioni spumantizzate che si ottengono con il metodo Martinotti-Charmat.

 

6. L'abbinamento tradizionale è con mozzarella di bufala e prosciutto, ma non sfigura con insalate e fritture di mare, pizze, calzoni e piatti a base di pesce.

 

7. Oltre alle valide iniziative proposte dalle associazioni, Slow Food e Pro Loco locali in primis (tra cui quella di Cesa che ogni anno organizza la "Sagra del Vino Asprinio" con tanto di degustazioni e spettacoli messi in scena nelle antiche grotte scavate nel tufo), volte a promuovere e valorizzare l'alberata aversana, occorrerebbe un intervento delle Istituzioni per tutelare chi di questo suggestivo "paesaggio" ne ha cura... ossia quei viticoltori che, noti ai più per le vertiginose vendemmie sugli "scalilli", sono custodi di tradizioni ormai a rischio di scomparire, sia per gli elevati costi di gestione sia per la mancanza di un ricambio generazionale; fattori che hanno portato nel tempo al progressivo abbandono della "vite maritata" e al diffondersi di sistemi di allevamento più "comodi" e meno onerosi, come quelli a spalliera.

 
Per concludere... Ecco alcuni tra i migliori produttori in base agli assaggi fatti da me finora: Cantine Magliulo, Grotte del Sole, I Borboni, Masseria Campito.



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martedì 6 ottobre 2015

Il vino in Valtellina riassunto in 7 punti

Valtellina (Fonte: www.vinidivaltellina.it)


"Il sole violento e bruciante, il vento teso e vivo, il vento delle montagne, la lunga cresta, le pareti alte tutte roccia, più in basso la roccia che sfuma nei vigneti, quali scendenti coraggiosamente in ripidissimi pendii, quali, invece, spezzati e gradinati in terrazze l'una sull'altra, col sostegno di massicci muretti di pietra che seguono serpeggiando ora lo sporgere e ora il rientrare della costiera; più in basso ancora, dove il pendio muore, i villaggi coi loro campanili romanici e barocchi, con le loro case antiche o nuove, con le loro ville sparse e, intorno alle ville, i gruppi cupi dei piccoli parchi di sempreverdi; infine, la pianura geometrica, i filari di salici e di robine, i furetti, i prati verdissimi, l'Adda". Così, nell'autunno del 1968, appariva agli occhi di Mario Soldati la Valtellina... valle alpina della Lombardia, sita in provincia di Sondrio e solcata dal fiume Adda.

 

1. In Valtellina si ottengono splendidi rossi da uve Nebbiolo, qui denominato Chiavennasca, nome che probabilmente, secondo alcuni, deriverebbe dalla località alpina denominata Val Chiavenna; secondo altri, invece, deriverebbe dal termine dialettale “ciù vinasca”, ossia uva più vinosa, cioè adatta alla trasformazione in vino. 

 

2. Orientata da est a ovest, questa valle tra le montagne, quasi al confine con la Svizzera, ha la costiera del lato nord che la difende dal rigore delle tramontane, mentre la costiera del lato sud la difende dalle nebbie e dai riflessi umidi della Val Padana.

 

3. I vigneti si trovano sui ripidi pendii della parte nord della valle, sul versante meglio esposto ai raggi del sole. Per la loro coltivazione sono stati realizzati terrazzamenti sulle scoscese pareti delle montagne, tenuti da muretti in pietra e che costituiscono le "terragne", ossia terrazze rettangolari di silice e argilla, allineate e sovrapposte a gradoni... un'architettura verticale, suggestiva a vedersi, ma che costringe ancora oggi i viticoltori a trasportare a spalla l'uva vendemmiata, utilizzando le stesse gerle con cui hanno portato su la terra per formare i terrazzamenti; solo in alcuni punti sono stati introdotti sistemi di trasporto su piccole rotaie. Una viticoltura che possiamo definire "eroica".

 

4. In questa valle, che va da Tirano ad Ardenno, prende vita la DOCG Valtellina Superiore (il termine “Superiore” è riferito alla posizione geografica più a nord), ovviamente a base di Nebbiolo ed il cui disciplinare prevede un affinamento minimo di 24 mesi (di cui almeno 12 in botti di legno); per la tipologia Riserva l'affinamento minimo è di 36 mesi. "Rispetto alle Langhe, in questa denominazione troviamo vini di notevole mineralità con più aroma che struttura e con note di assonanza, anche dal punto di visto della geologia dei territori, con i nebbiolo del nord Piemonte." (F. De Paola).

 

5. Tali vini presentano, in genere, un colore rubino scarico, tendente al granato, che dopo un buon periodo di affinamento sfuma verso l’aranciato; i profumi sono soffusi ma  intensi, con sentori di frutta rossa fresca, note floreali, speziate e di cuoio; al gusto spiccano sensazioni di adeguata tannicità arricchite da un buon supporto di acidità e sapidità. Questi vini ben accompagnano brasati, bolliti, arrosti, cacciagione, formaggi stagionati a pasta dura come il bitto e il casera, oltre i classici "pizzoccheri alla Valtellinese".

 

6. Le varie sottozone della Valtellina Superiore conferiscono al vino caratteristiche diverse, da ovest a est troviamo: Maroggia (dà vini freschi e di grande freschezza aromatica); Sassella (dà un vino elegante e austero dal grande potenziale in termini di longevità); Grumello (dà un vino caratterizzato da una grande sapidità); Inferno (così chiamata per le alte temperature estive; dà un vino più morbido e strutturato); Valgella (dà il vino apparentemente meno complesso ma di grande bevibilità).

 

7. Lo Sforzato di Valtellina, noto anche come “Sfursat di Valtellina”, è l'altra DOCG della valle. Si tratta di un vino passito rosso secco prodotto dalla raccolta di uve Nebbiolo nel mese di ottobre, cui segue un appassimento su graticci in locali asciutti e ben areati, che dura anche più di tre mesi (il termine "Sforzato" deriva proprio dalla pratica di forzare la maturazione delle uve migliori lasciandole appassire per lungo tempo dopo la vendemmia); la tradizionale vinificazione in rosso si prolunga per alcune settimane, così da permettere una grande estrazione dei componenti delle uve; il disciplinare di produzione prevede un affinamento minimo di 24 mesi (di cui almeno 12 in botti di legno). Ne risulta un vino di notevole struttura, importante tenore alcolico e grande morbidezza, dagli intensi sentori di frutta sotto spirito, confetture di marasca e prugna, incorniciati da soffuse note speziate di cannella e chiodi di garofano, cenni di cacao e tabacco. L'abbinamento è con portate a base di carni rosse, selvaggina e formaggi lungamente stagionati.

 

Per concludere... Ecco alcuni tra i migliori produttori in base agli assaggi fatti da me finora: Ar.Pe.Pe, Balgera, La Castellina, Nino Negri.



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